di Riccardo Curcurù
Tra antisemitismo e anticomunismo
Il 27 aprile 1962 Primo Levi riceve una missiva da Hans Jürgen Fröhlich, scrittore tedesco con il quale da un mese si trova a corrispondere. Nella lettera, Fröhlich ritorna su alcuni argomenti toccati con Levi in occasione del loro incontro occorso qualche tempo prima a Torino, e in particolare su due questioni.
Lo scrittore di Hannover denuncia il serpeggiante antisemitismo che continua a infettare il lato Ovest della Germania: «è vero – scrive Fröhlich – che non esiste un antisemitismo ufficiale. Ci sono però dei travestimenti, a volte non meno pericolosi proprio perché chi li indossa si presenta con una maschera». Poco oltre, procede ancora: «non voglio dire che i nostri libri di lettura scolastici siano antisemiti. Ma è evidente che poeti come Heine o Tucholsky sono assenti o rappresentati con opere minori» [Lettera 068].

Il tema dell’antisemitismo era tornato di attualità nella Germania Federale tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta. Il 29 gennaio 1960 era stato pubblicato un appello sul settimanale Zeit – firmato tra gli altri da Wolfgang Beutin (amico di Fröhlich e anch’egli corrispondente di Levi) e da Theodor W. Adorno – in cui si denunciava l’omissione di due musicisti di origine ebraica dalla lista degli anniversari dei maggiori compositori tedeschi, lista stilata da un’importante associazione di musicisti della Germania [cfr. la biografia di Beutin]. Ma non solo. Nel medesimo torno di tempo, il vento antisemita era tornato a soffiare in diverse parti del mondo – croci uncinate e scritte antiebraiche erano comparse sui muri di New York e di Londra, di Amsterdam e della Penisola scandinava, di Berlino Ovest e di Melbourne – per approdare, all’inizio del gennaio 1960, anche in Italia. A Roma, Milano, Parma e Firenze erano comparse scritte e bandiere naziste. L’episodio più grave era però quello di Genova, dove in una scuola elementare erano state recapitate alcune lettere contenenti minacce di morte contro bambini ebrei. A fronte di questi avvenimenti, nel 1961 Primo Levi si era espresso in questi termini: «l’antisemitismo non è spento […]. Né meno allarmanti sono le imprese […] che vengono segnalate in ogni parte del mondo. Si tratta di saltuari atti di violenza gratuita […]; ma la loro parentela con […] il nazismo è palese, e spesso confessata» [cfr. OC III, p. 7].
Parimenti, nella lettera del 27 aprile ’62 Fröhlich pone l’accento sull’anticomunismo dilagante nella Germania Ovest e sul suo torbido uso strumentale:
«Sotto il segno di un diffuso anticomunismo, gli anni tra il 1919 e il 1945 sono narrati in modo unilaterale e propagandistico. Questa rappresentazione della storia […] cerca di tracciare in modo tendenzioso dei parallelismi tra il sistema politico comunista e quello fascista […]. Passa del tutto sotto silenzio la lotta del comunismo contro il fascismo […]. Tutte le persone di sinistra vengono messe indiscriminatamente nello stesso calderone […] [e] finiscono per essere bollat[e] come “comunisti” […]. Fascismo e comunismo vengono deliberatamente accostati (e tutto ciò che è scomodo finisce sotto l’etichetta di comunismo); basta dichiararsi anticomunisti per potersi permettere di avere alle spalle qualsiasi passato. Oggi in Germania la situazione è così esasperata che personalmente, non vedo più la possibilità di una “terza via” tra destra e sinistra. Chi è anticomunista, volente o nolente, si ritroverà un giorno fianco a fianco dei vecchi o addirittura dei giovani nazisti» [Lettera 068].
Per Fröhlich, insomma, «la possibilità di una “terza via”» tra destra (intesa come neonazismo) e sinistra (intesa come comunismo) è resa nulla dal sentimento anticomunista, vera e propria panacea sotto cui si appiattisce la vita politica della Germania Federale. In forza di questo sentimento non soltanto, agli occhi dello scrittore tedesco, è concesso «avere alle spalle qualsiasi passato» – dove l’allusione è evidentemente al recente trascorso storico nazista –, ma sulla base di esso Fröhlich percepisce il rischio concreto di una riabilitazione politica «dei vecchi o […] dei giovani nazisti».
Riconoscere la terza via
A questa lettera Primo Levi risponde, in lingua italiana, in data 11 maggio 1962. Levi ringrazia Fröhlich per il quadro offertogli «della Germania di oggi», che definisce «preciso, coerente, completo» e in conformità con le sue «impressioni» – che trovano conferma anche nei carteggi con i lettori tedeschi di Se questo è un uomo, coevi alla corrispondenza con Fröhlich. Tuttavia, Levi puntualizza che il suo «pessimismo è di qualche grado meno buio» di quello del suo interlocutore, e scrive:
«Lei dice di non vedere più la possibilità di una “terza via” fra la sinistra e la destra. Credo che occorre avere il coraggio di riconoscere che questa via c’è, ed è press’a poco quella che, con sfumature e accenti diversi, stanno seguendo i governi tedesco, italiano e francese» [Lettera 069].
Il giudizio di Primo Levi è preciso: «“la terza via”» tra una sinistra di tendenza comunistica e una destra d’ispirazione neofascista o neonazista è quella percorsa dai governi di Italia, Germania e Francia.
Nel momento in cui Levi scrive, il governo federale tedesco è guidato da Adenaur e composto da una coalizione formata dall’Unione Cristiano-Democratica (CDU), l’Unione Cristiano-Sociale bavarese (CSU) e il Partito Liberal Democratico (FDP). Quanto alla Francia, da poco segnataria dell’armistizio con l’Algeria (18 marzo 1962) – Algeria che diventerà indipendente il 3 luglio di quell’anno –, il primo governo Pompidou si compone di una coalizione che riunisce l’Unione per la Nuova Repubblica (UNR), il Movimento Repubblicano Popolare (MRP) e l’Unione Democratica del Lavoro (UDT). Relativamente all’Italia, invece, proprio nel 1962 si istituisce, per la prima volta nella storia repubblicana, un governo di “centro-sinistra”.
La posizione di Primo Levi sulla “terza via” non è dettata dall’entusiasmo nei confronti di queste coalizioni di governo, che, a dire il vero, presentano tutte un basso profilo progressista. Il suo giudizio si spiega e si comprende, piuttosto, se inscritto nel contesto dell’Italia dell’epoca, e segnatamente dell’esperienza storica appena trascorsa.
Il governo Tambroni
Con le prime elezioni politiche della storia repubblicana (1948), l’assetto parlamentare italiano si era strutturato intorno al governo della Democrazia cristiana (DC) e al sostegno di piccoli partiti di centro. Tale assetto, comunemente definito “centrismo”, era rimasto stabile nel corso di tutto il decennio successivo e aveva cominciato ad entrare in crisi soltanto alla fine degli anni Cinquanta. A quest’altezza di tempo i limiti del centrismo, ormai evidenti, avevano prodotto in seno alla DC due correnti contrapposte: l’una, di minoranza, caldeggiava la cosiddetta “apertura a sinistra”, vale a dire il coinvolgimento del Partito Socialista Italiano (PSI) nella maggioranza di governo; l’altra, appoggiata dai vertici della Chiesa e dall’amministrazione statunitense – entrambi assai influenti nella DC e più in generale nel panorama politico italiano dell’epoca –, si opponeva con forza a questa possibilità.
La prospettiva di un avvicinamento ai socialisti non era tanto dettata dalla volontà di attuare un programma di riforme moderato quanto da uno strategico calcolo politico. Includere il PSI nell’area della maggioranza avrebbe significato per la DC governare con migliore stabilità, ma soprattutto creare una profonda spaccatura tra socialisti e comunisti, emarginando in modo ancora più marcato il Partito Comunista Italiano (PCI) all’interno del parlamento.
In questa cornice erano cominciati gli anni Sessanta. Nel marzo 1960, in seguito alla crisi politica generata dall’impasse del centrismo, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi aveva affidato a Fernando Tambroni l’incarico di formare un nuovo esecutivo.
Membro di secondo piano della DC, dal 1955 al 1959 Tambroni era stato ministro dell’Interno sotto tre differenti governi (Segni, Zoli, Fanfani II) per poi passare a capo dei ministeri del Bilancio e del Tesoro durante il governo Segni II. Un Cursus honorum notevole, prima di ricevere il mandato da capo del governo. Da parte sua, com’era costume, in qualità di ministro dell’Interno Tambroni aveva operato in modo assai disinvolto, utilizzando gli apparati statali per creare dossiers contro i suoi avversari interni ed esterni al proprio partito di appartenenza. Politico ambizioso e dall’alto concetto di sé, inoltre, Tambroni veniva presentato dal suo ufficio stampa come un uomo della «“borghesia maschia e virile che si affaccia sui problemi sociali e politici senza infingimenti, ma soprattutto senza paura”» [Ginsborg 1989, p. 346].
Quando, il 4 e il 29 aprile 1960, la compagine governativa facente capo a Tambroni si era presentata alle due Camere del parlamento per ottenere il voto di fiducia, l’appoggio determinante era giunto, in entrambe le Camere, dai voti del Movimento sociale italiano (MSI). A soli quindici anni dalla sconfitta del nazifascismo lo MSI diventava dunque il partito da cui dipendevano la stabilità istituzionale della Repubblica e le sorti del governo italiano. Era la prima volta che ciò avveniva sul piano nazionale; dal punto di vista delle amministrazioni locali, in effetti, le cose erano già da qualche tempo assai differenti – basti pensare alla celebre e controversa “operazione Milazzo” risalente al 1958.
La scelta della DC era stata netta. Anziché oltrepassare l’impasse centrista da sinistra, cioè mediante il coinvolgimento del PSI nella maggioranza e l’adozione di una politica moderatamente riformista, la Democrazia cristiana e il governo Tambroni – che altro non era se non un’appendice di quel partito, come tutti i governi succedutisi dal 1948 fino a quel momento – avevano preferito dare linfa politica al Movimento sociale scegliendo di governare, seppur con qualche imbarazzo, con il determinante appoggio di questo schieramento nominalmente, ideologicamente e materialmente neofascista (gran parte dei “missini” proveniva infatti dal Partito Nazionale Fascista o dalla Repubblica di Salò).

Il fantasma della guerra civile
Forte della riabilitazione politica e del ruolo di perno della maggioranza, nel maggio 1960 la direzione del MSI aveva annunciato pubblicamente, con il placet di Tambroni, che la città di Genova sarebbe stato il luogo deputato ad ospitare il sesto congresso nazionale del partito. Le date, tenute segrete fino all’ultimo, erano state fissate per il 2-4 luglio 1960. Perché Genova? La decisione del Movimento sociale non era dovuta al caso.
Genova era considerata una città simbolo della Resistenza per una ragione precisa: era la sola ad essere stata liberata dagli occupanti tedeschi senza l’intervento delle forze militari alleate. A Genova, insomma, le divisioni della Wehrmacht erano state sconfitte unicamente dai partigiani. Per questo motivo nel 1947 la città era stata decorata della Medaglia d’oro al valor militare.
La scelta del Movimento sociale di tenere il proprio congresso a Genova aveva dunque un carattere simbolico e smaccatamente provocatorio: si trattava di celebrare de facto la riqualificazione politica del fascismo e di farlo in una delle città più emblematiche della Resistenza, profanando con ciò quella memoria storica. Una profanazione confermata e aggravata dall’annuncio della presenza di Carlo Emanuele Basile, prefetto di Genova sotto la Repubblica sociale e in quanto tale responsabile dell’assassinio e della deportazione di numerosi ebrei e antifascisti locali.
L’annuncio missino, inscriventesi nel già teso clima politico legato all’investitura del governo Tambroni, aveva provocato la risposta risoluta delle forze sociali e politiche antifasciste. Tra il giugno e il luglio 1960 l’Italia si era ritrovata, a distanza di pochi anni dalla fine della guerra di Liberazione, sull’orlo di una nuova «guerra civile» [Franzinelli e Giacone, 2020].
In prossimità del congresso, la città di Genova si preparava ad impedire lo sfregio dei fascisti mentre il MSI cominciava a far convergere nel capoluogo ligure i suoi militanti più violenti. Il 28 giugno 1960 i partiti comunista (PCI), socialista (PSI), socialdemocratico (PSDI), repubblicano (PRI) e radicale (PR) avevano quindi sfilato in una “manifestazione unitaria” per le strade di Genova. Resta celebre il discorso pronunciato in questa occasione dal senatore socialista Sandro Pertini:
«La polizia sta cercando i sobillatori di questa manifestazione unitaria, e non abbiamo nessuna difficoltà a indicarglieli: sono i fucilati del Turchino, di Cravasco […], i torturati della casa dello studente […]. Oggi l’onorevole Tambroni ha barattato quel sacrificio per un pugno di voti fascisti» [cfr. l’Unità, 29 giugno 1960, p. 1].
Dal canto suo, la Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) aveva proclamato uno sciopero generale per il 30 giugno, al quale avevano immediatamente aderito le forze politiche antifasciste e le altre organizzazioni sindacali. Quel giorno, Genova era diventata teatro di scontri furiosi tra manifestanti e forze dell’ordine.
In questo contesto il Movimento sociale aveva finalmente deciso di rinunciare al congresso nel capoluogo ligure. Quanto a Fernando Tambroni, egli aveva tentato di arginare la protesta, nel frattempo divampata in tutta Italia, autorizzando la forza pubblica a sparare sui manifestanti; una misura messa in pratica con grande disinvoltura.
Il 5 luglio 1960, a Licata, era caduta la prima vittima sotto i colpi della polizia. Il 6 luglio, a Roma, i reparti di cavalleria dei carabinieri avevano caricato brutalmente i manifestanti, tra cui anche i deputati del parlamento presenti. Il 7 luglio, a Reggio Emilia, la polizia aveva sparato sulla folla lasciando per terra cinque morti. Il giorno successivo si erano contate altre vittime a Palermo e a Catania.
Pressato dalla direzione del proprio partito e dal succedersi degli eventi, Tambroni aveva infine rassegnato le dimissioni il 19 luglio 1960. Pochi giorni più tardi, il 26 luglio, Amintore Fanfani, uomo di punta della corrente DC volta all’“apertura a sinistra”, aveva formato un nuovo governo monocolore con l’appoggio esterno di alcuni partiti di centro e di sinistra (Fanfani III), successivamente caduto all’inizio del febbraio 1962. Nel corso di questi due anni, tuttavia, si era prodotto un importante cambiamento di vertice tanto in seno alla Chiesa, con il papato di Giovanni XXIII, quanto in seno all’amministrazione americana, con l’elezione di John Kennedy.
All’indomani della caduta del governo Fanfani III, nello stesso febbraio 1962 si era formato un nuovo governo la cui presidenza era stata nuovamente affidata a Fanfani (Fanfani IV). Questa volta, complice anche l’evoluzione dello scenario politico internazionale, l’esecutivo si assemblava intorno a una coalizione inedita nel panorama parlamentare italiano – composta dalla DC, dai socialdemocratici (PSDI) e dai repubblicani (PRI) –, e si sorreggeva grazie all’appoggio esterno del PSI. Era la nascita del cosiddetto “centro-sinistra”.
«Non è la via che noi vorremmo»
È in questa cornice e sulla scorta di questi trascorsi, dunque, che si inscrive il giudizio che Primo Levi condivide con Hans Jürgen Fröhlich nella sua lettera datata 11 maggio 1962. Eppure, come si è detto, la considerazione di Levi sulla “terza via” non consegue né da una soddisfazione né da una piena adesione al quadro politico vigente. Se è vero, infatti, che Primo Levi riconosce nelle coalizioni di governo poste in essere in Italia, Germania Ovest e Francia una “terza via” tra comunismo e neofascismo, è altrettanto vero che egli non fa mistero delle proprie riserve:

«Non è la via che noi vorremmo: ma siamo lontani da Berlino 1938 […]. L’aria che si respira oggi, da Voi e da noi, è pesante e non molto pulita, ma non contiene tensione: lo stato attuale, che non è entusiasmante, sembra destinato a durare a lungo. D’altronde, è ben possibile che questo mio “non poter credere” a un ritorno del fascismo nella sua forma virulenta non sia che un riflesso della mia storia personale, e derivi da un rifiuto e da una paura profonda» [Lettera 069].
Lungi dal nascere da una pacificazione con lo stato di cose presenti la posizione di Levi discende, più ancora che da «un riflesso della [sua] storia personale», da una valutazione condizionata dall’esperienza storica recente. Benché essa non sia «la via che noi vorremmo» e la sua «aria» sia «pesante e non molto pulita», la “terza via” imboccata dall’Italia (come pure da Germania e Francia) tiene «lontani da Berlino 1938» – dove il riferimento è alla cosiddetta Notte dei cristalli – e si presenta, a giudizio di Levi, quale sola condizione di immediata traduzione pratica che fa da argine tanto «a un ritorno del fascismo nella sua forma virulenta» quanto a una riabilitazione politica delle sue espressioni successive.